La degenerazione maculare “umida”: che cos’è e come si cura

La macula è una delle parti più nobili dell'occhio: è la zona di pochi millimetri situata nel centro della retina su cui converge la maggior parte delle immagini vediamo. La macula è un tessuto avascolare, cioè non contiene vasi, quindi è più sottile e più delicato rispetto al resto della retina. Purtroppo questa specificità fa sì che essa sia anche soggetta a fenomeni di invecchiamento: si parla infatti di degenerazione maculare legata all'età. Con il passare del tempo la maculopatia provoca una progressiva riduzione della visione centrale: è come se il paziente vedesse un centro grigiastro che man mano può allargarsi.

«Le cellule della retina, come quelle di tutto il nostro organismo – spiega il dott. Bandi, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Clinico Beato Matteo – producono dei “metaboliti” (residui di sostanze assimilate) che devono essere smaltiti. Quando la cellula è in perfetto stato di funzionalità i metaboliti vengono eliminati senza problemi. Quando invece la cellula per motivi legati all'età non riesce a metabolizzare le sostanze, queste rimangono al suo interno. Col passare del tempo queste sostanze si accumulano fino a portare a una vera e propria morte cellulare. A questo punto la macula va incontro a una degenerazione che può essere “secca” o “umida”».

La forma umida è quella meno frequente ma più curabile. È chiamata così perché l'occhio cerca di contrastare il processo di invecchiamento producendo dei neovasi (vene e capillari) nella zona avascolare. Cercando di portare rimedio a una parte sofferente in realtà fa un danno, perché quelli che si formano sono vasi anomali: possono sanguinare, produrre emorragie e raccolte di liquido, e quindi provocare un danno dal punto di vista sintomatologico simile a quello della forma secca ma molto più ingravescente. Infatti sono forme che anche in poche settimane possono portare alla perdita completa delle visione centrale.

«In maniera casuale – continua il dott. Bandi – si è scoperto che alcune sostanze di comune uso da anni in campo oncologico per ridurre la vascolarizzazione dei tumori sono anche in grado di ridurre la proliferazione vascolare nella retina. Sono state messe a punto in modo da essere iniettate direttamente all'interno dell'occhio. Pegaptanib, Bevacizumab, Ranimizumab: sono sostanze che venivano già usate per la chemioterapia ma con una particolare concentrazione e con aghi molto sottili possono essere iniettate direttamente nella cavità vitrea e quindi andare a contatto con la retina».

Su una buona percentuale dei pazienti la terapia funziona. Il problema è che, come nel caso dei tumori, si tratta di una terapia cronica, o comunque a lungo termine: un'iniezione sola non basta. In genere se ne fa una al mese per tre mesi, dopodiché con opportuni esami si valuta la condizione della retina. Si tratta comunque di una procedura praticamente indolore per il paziente.

«Questa terapia – conclude il dott. Bandi – riduce la complicanza della degenerazione. Nei pazienti cosiddetti “responder” (quelli su cui la terapia è efficace) i neovasi scompaiono del tutto. Magari non recuperano la visione di prima ma sono soddisfatti del risultato. A questo scopo è diventato ormai indispensabile l'uso dell'OCT (Ocular Coherence Tomography): una sorta di Tac della retina. Ci permette di vedere scansioni della retina con una precisione assoluta e controllare se ci sono neovasi e liquido. Questo esame è importantissimo nel seguire il paziente nella diagnosi e nel follow-up. È l’OCT che, oltre alla sintomatologia soggettiva, ci dice se la terapia è stata efficace».

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